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La primavera di un uomo

Chiudo gli occhi e vado a ritroso nel tempo. Vedo mio padre col suo vestito delle grandi occasioni, lo vedo seduto trionfante a capotavola, raggiante di buoni propositi e grandi progetti per il futuro. Quel giorno si sposava mia sorella. Baba non era solo contento che avesse accettato la sua proposta di prendere come marito un giovane in gamba e ambizioso, figlio del proprietario di un’azienda tessile con cui lui lavorava da tempo, ma era anche fiero di aver cresciuto una figlia devota ma non succube, rispettosa ma consapevole, grata e intelligente e bellissima come i fiori del nostro grande terrazzo che sovrastava i tetti di Kabul.

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E allora noi vili

E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto ‒
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu piú dolcezza,
non fu piú abbandonarsi
al sentiero sul fiume ‒
‒ non piú servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Cesare Pavese

Signor Tenente

E’ finita, signor Tenente, questa volta è finita davvero.

Mentre le scrivo sono con Delle Piane e il sergente Magenta su un treno merci verso Gorizia, dove non ci attende altro che la vendetta, la rabbia, probabilmente la morte, ancora.

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Nunca màs

Figlia mia, sogno della mia vita, non chiedermi di lasciarti andare. Sono passati tanti anni da quell’ultima fredda telefonata, ma ricordo ancora come se fosse ieri gli occhi di tuo padre che si staccano dal pavimento per posarsi sul mio volto impaurito. “Tornerà, mi ha detto che tornerà”, e invece la porta di casa nostra non si è più aperta. In quei giorni i pensieri andavano avanti e indietro, dentro e fuori dall’atmosfera, in un turbinìo di immagini agghiaccianti e grida senza pace. Immaginavo voi, ragazzi, splendidi militanti cocenti di una rabbia sana e giusta, accovacciati contro un muro della Scuola di Meccanica dell’Armata, braccati dai soldati di Videla e torturati, e torturati ancora. Era un luglio tremendo, di un caldo velenoso e grondante di sangue, ma tu ci avevi detto che tornavi e noi, noi niente, noi ci siamo stretti ad aspettarti.

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Corno inglese

ll vento che stasera suona attento –
ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

Eugenio Montale – Ossi di seppia 

Mattia Rigodanza | Privacy