Signor Tenente

E’ finita, signor Tenente, questa volta è finita davvero.

Mentre le scrivo sono con Delle Piane e il sergente Magenta su un treno merci verso Gorizia, dove non ci attende altro che la vendetta, la rabbia, probabilmente la morte, ancora.

Da quando lei se n’è andato dal fronte le cose sono cambiate, la furia degli slavi rossi ci ha travolto come una montagna impetuosa e noi, topi in trappola, siamo dispersi. Quella che era tenue resistenza e guerriglia disorganizzata, è ora una tigre feroce e in fiamme, un flagello inarrestabile.

Io, in cuor mio, un po’ lo sapevo, sapevo che il prezzo da pagare sarebbe stato alto. Per mesi, prima di addormentarmi, ho visto gli occhi dei bambini slavi dietro le transenne, sovrastati dal filo spinato della cinta di rame, nel campo di Prevlaka. Non avremmo dovuto, signor Tenente, non avremmo dovuto stuzzicare la tigre dormiente. Quando hanno aperto le fosse, le cave sulla costa, e hanno contato i corpi, la nostra fine è stata scritta. Non dovevamo osare tanto nel nome di una patria che ci ha abbandonato come cuccioli indifesi, signor Tenente.

A noi son giunte le cifre del nostro massacro tra Prevlaka e Arbe e Molat. Più di tredicimila morti sotto per mano del fascio littorio, quello che abbiamo tanto amato e difeso e che ci sta pugnalando alle spalle nel momento della sofferenza. Le radio di Zara parlano al popolo croato e raccontano di fucilazioni, sevizie, torture, donne e bambini trucidati nei campi. Dio mi è testimone, io lo sapevo, tutti noi sapevamo.

E ora l’inverno è arrivato, quello spietato e tremendo, e neanche gli alberi ci sfamano più.

I partigiani di Tito difendono quella che una volta era casa loro e che gli abbiamo portato via. Non avremmo dovuto accanirci nei campi sui contadini, perché son proprio quei contadini che ora sfamano i loro compagni e impugnano i ferri contro di noi. Gli abbiamo ucciso i figli e distrutto le case, e noi tutti sapevamo. Sapevamo che per loro sarebbe stato diverso, che avrebbero parlato italiano e dimenticato il nome dei loro padri, come il Duce voleva.

Ora sentiamo sul collo il fiato dei nostri aguzzini. Cercano noi fascisti, i tedeschi, ma anche i partigiani italiani e i badogliani, e dalla resa dell’otto settembre lo fanno con ritrovata spregiudicatezza. La nostra sorte è in foiba o sul fondo del mare, dove si butta l’immondizia e tutto ciò che fa parte di un passato che gli slavi vogliono dimenticare.

Tenente, ci ho pensato molto in queste notti inquiete. La nostra Nazione è come la loro, fiera e prestante, e vuole risorgere nella giustizia di uomini uguali, nel focolare della famiglia, tra le bestie delle fattorie. Lì dove c’è una casa che accoglie, come la nostra, c’è anche la loro. Tra le braccia delle nostre madri che non ci rivedranno mai, sotto gli sguardi severi dei padri, nei giorni di caccia, nelle mattine nebbiose di Alba. Non sono poi così diversi, italiani e slavi. Credevamo fosse giusto imporre la nostra industria e magari insegnare loro il lavoro nei campi, ma forse, signor Tenente, non è di questo che ha bisogno un popolo unito.

Non sono preoccupato per l’italiano comune in terra croata, non troverò lui nella foiba, ma solo soldati e assassini, ch’è ciò che siamo.

Chiedo solo all’Italia di accogliere i suoi figli fuggiti dai rossi. Scappano perché han perso ogni cosa, l’impresa, l’attività e il bestiame, ma non hanno paura di morire e non devono averla. Chi è stato retto in tutti questi anni, chi è stato cittadino onesto, non deve temere. Chi non ha ammazzato non deve temere, come chi non ha mai portato rancore. Siamo noi, che abbiamo scordato l’onore nei campi tedeschi, che abbiamo brindato insieme ai nazisti col sangue di donne e bambini, a finire la vita nel Carso.

Non ho paura, ho solo voglia di tornare ad Alba in primavera, quando le nespole chiamano a raccolta. Voglio tornare da mia madre, signor Tenente. Voglio dimenticare quello che sono e che ho fatto.

Il Sergente si scusa per non averle scritto lui prima, ma qui mancano le forze, e con loro la speranza.

 

Caporale Sergio Quaglia

20 dicembre 1943

 

 

(La lettera è di fantasia. I riferimenti ai luoghi e alle persone sono casuali. La ricostruzione storica si basa su fatti realmente accaduti e documentati.)

 

 

 

 

 

 

 

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Mattia Rigodanza | Privacy