Se mai diventassi Presidente

“Per favore mamma, non essere arrabbiata con me. Son dovuto partire nella notte, e non ti ho salutato per paura di come tu avresti potuto provare a dissuadermi dal farlo. Ma io non ce la faccio a vivere così, a Kallstadt, tra le rovine umane di una regione impoverita dalle guerre, tra le vigne spoglie che ci ricordano un passato che non c’è più. Siamo nel 1885 ormai, il nuovo secolo incombe, e io non potevo immaginare di passare altri anni tra il sangue che l’enfisema mi sputa dalla bocca e i debiti che ci lasciò mio padre dopo la sua morte prematura. Il sapore del pane azzimo non mi mancherà, l’odore stantio delle vecchie lane di famiglia non mi ostruirà più il respiro, e la vista di te che tremi al freddo dei campi ghiacciati e, ritenendomi troppo fragile per il duro lavoro, ti carichi sulle spalle tutto il dolore di noi figli, non mi impedirà più di dormire la notte. Lavorerò nella vecchia e puzzolente bottega di un barbiere, come ho fatto quando mi hai mandato a Frankenthal dal signor Lang. Per ora, però, devo accontentarmi di molto poco: dopo dodici giorni di viaggio sulla Eider, io, Katharina e suo marito Fred siamo arrivati a New York in un gelido mattino di fine Ottobre, e subito la crudeltà di chi è costretto ad accogliere i relitti delle genti europee mi ha schiacciato come si fa con una mosca. Le persone qui sanno come si trattano i migranti, sanno come far valere la loro forza. Hanno storpiato il nome della nostra famiglia senza ritegno e senza manifestare il minimo riguardo verso mio padre. Gli ho odiati con tutti gli acidi che porto nello stomaco. Quelli come noi, quelli di lingua germanica, stanno tutti ammassati come bestie in un quartiere spettrale del Lower East Side a Forsyth Street, Manhattan, stipati tra edifici fatiscenti e lamenti notturni, tra le gonne lunghe delle anziane donne tedesche e le gambe rachitiche e viola dei bambini troppo poveri per indossare calzoni lunghi. Sembra che però i ricchi proprietari di questi palazzi, accortisi di quante persone stanno arrivando dall’Europa, abbiano deciso di alzare il canone d’affitto, e quindi io e Fred stiamo cercando un appartamento sulla seconda strada.
Tra qualche giorno inizierò a lavorare nella bottega di quel barbiere di cui ti parlavo prima; ho saputo che lui parla tedesco e questo mi conforta. Ho pensato che se lavoro duro in un paio di anni potrò lasciare questa maledetta città, blasfema e simoniaca, per rincorrere quello che, a sentire i discorsi notturni degli ubriachi nelle bettole, è la vera ragione per cui tutto il mondo viene in America: l’oro. Non so ancora cosa farò, credo che lascerò mia sorella e suo marito qui, rallenterebbero il mio passo, e ancora non c’è spazio per loro nei miei sogni. Andrò ad Ovest, forse a Seattle, seguendo le rotaie che i nostri avi costruirono col sangue ed il sudore, e troverò la mia strada. Non mi piace l’America, e non mi piace neanche pensare a casa nostra a Kallstadt: sono sereno solo quando penso al mio futuro qui, alla mia casa fatta di mattoni che piano piano edificherò. Non sono tranquillo mamma, non sono contento di come siamo trattati lontani da casa, del fiato che ci sputano in faccia, dei peli umani che trovo nei bagni del nostro palazzo, dei colpi di tosse che mi tengono sveglio. Credo che questo sia un grande paese, ma che sia pieno di piccole persone. E se mai un giorno dovessi diventare Presidente, insegnerò agli americani a trattare i migranti come trattano i loro figli.”

Frederick Drumpf, nonno del prossimo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

 

(La lettera è di fantasia. I riferimenti alle persone e ai luoghi non sono casuali. La ricostruzione storica si basa su fatti realmente accaduti e documentati.)

 

 

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Mattia Rigodanza | Privacy