Nunca màs

Figlia mia, sogno della mia vita, non chiedermi di lasciarti andare. Sono passati tanti anni da quell’ultima fredda telefonata, ma ricordo ancora come se fosse ieri gli occhi di tuo padre che si staccano dal pavimento per posarsi sul mio volto impaurito. “Tornerà, mi ha detto che tornerà”, e invece la porta di casa nostra non si è più aperta. In quei giorni i pensieri andavano avanti e indietro, dentro e fuori dall’atmosfera, in un turbinìo di immagini agghiaccianti e grida senza pace. Immaginavo voi, ragazzi, splendidi militanti cocenti di una rabbia sana e giusta, accovacciati contro un muro della Scuola di Meccanica dell’Armata, braccati dai soldati di Videla e torturati, e torturati ancora. Era un luglio tremendo, di un caldo velenoso e grondante di sangue, ma tu ci avevi detto che tornavi e noi, noi niente, noi ci siamo stretti ad aspettarti.

Figlia mia, piccola ragazza, tu che prendevi per mano le genti perse nel mondo, i tuoi compagni, chi non aveva la forza di parlare, gli indifferenti e i timidi, le vittime sacrificali del boia Massera e di quel regime vigliacco che aveva paura di voi giovani. Figlia mia, mi manchi da morire. Ma non c’è tempo per piangere. Ho perso mio nonno tra le mura di Auschwitz e mia figlia gettata nell’oceano, e non pretendo di piangere sui loro corpi, ma voglio verità, voglio giustizia. Ormai non sono più altro che una partigiana della memoria, una vecchia tigre, ma non sono stanca. Ho ancora la forza per non perdonare, per rompere il silenzio e guardare dritto davanti a me senza voltarmi dall’altra parte. Perché è questo che mi tiene viva: il dolore che mi porto dentro e con cui percorro le strade e riempio le piazze, proprio come facevi tu, piccola figlia mia. Saresti molto fiera di me.

Le aquile del regime mi hanno portato via tutto, hanno svuotato l’Argentina del suo cuore pulsante, del suo sangue, nascondendolo sotto il tappeto dei mondiali di calcio e dietro la tenda dell’obbedienza. Ci hanno ingannato, depistato, hanno perfino provato a farci sentire uniti nella guerra contro gli inglesi delle Falkland, e per un attimo sembrava ci fossero riusciti. Ma non potranno mai avere la meglio sulla pazienza delle Madri, né la responsabilità che abbiamo verso il nostro popolo, verso i nostri figli desaparecisod, verso noi stessi. Non potranno mai impedirci di essere donne disobbedienti.

Non so cosa la gente si aspetti da me, non so cosa vogliano da me tutti quei capi di stato che ora mi invitano nei loro salotti, ma so cosa posso essere per le nuove generazioni, per quei ragazzi che si approcciano a questo mondo ingiusto e cercano disperatamente un modo per farne parte, per girare il film della loro vita da protagonisti senza limitarsi a metterci la colonna sonora. In fondo è ancora un mondo stupendo, con tutte le sue prepotenze e le sue contraddizioni, e siamo ancora tutti uguali e tutti diversi, tutti fatti per assumerci la responsabilità di non tollerare l’intolleranza.

I nostri figli scomparsi sono ancora trentamila e lo saranno per sempre, e tu, bambina mia, avrai per sempre diciotto anni, un sorriso che spezza i cuori e una forza che muove le montagne. E io ti prometto che lotterò per sempre come solo una donna sa fare, come quel giorno a Plaza de Majo, quando i cronisti sportivi di tutto il mondo videro le nostre mani strette in un grande cerchio e raccontarono la nostra storia, la vostra storia, perché quello che vi è successo non succeda a nessun’altro, nunca màs. Mai più.

Ti saluto con tutto il mio cuore.

Tua madre, Vera Vigevani de Jarach

 

(La lettera è di fantasia. I riferimenti ai luoghi e alle persone non sono casuali. La ricostruzione storica si basa su fatti realmente accaduti e documentati.)

 

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Mattia Rigodanza | Privacy