Nel deserto nudo, sotto un cielo indifferente.

“Caro Padre, ora posso dirlo con assoluta certezza: è tutto finito.
I giorni delle cavalcate coraggiose nella sabbia sono giunte al termine, spazzate via dal vento arido e freddo, il vento cinico del denaro e del potere illimitato che ha assuefatto l’Europa in modo irrimediabile. Sentirai parlare di me nel più becero dei modi. Ti diranno cose orribili sul mio conto, ti racconteranno di masochismo e sodomia, quando l’unico ad essere stato vittima di pratiche così mostruose sono stato proprio io, tuo figlio, nella fredda prigione di Deraa durante gli anni delle armi. Spero che queste parole infamanti non scalfiscano il tuo orgoglio, e che tu riesca ancora a pensare a me come ad un figlio valoroso, rispettoso del padre, devoto alle sue origini. Agli occhi miei è particolarmente evidente come quest’opera di diffamazione sia dovuta alle mie recenti posizioni di favore nei confronti dei popoli che negli anni ho imparato a conoscere, che mi hanno accolto a Karkemish quando ero solo un giovane archeologo di Oxford, troppo inglese per asciugarmi nella sabbia, ma non abbastanza da non farmi coinvolgere nei colori e nei profumi di quelle terre sconfinate. La vita mi ha deluso, caro Padre, mi ha lasciato con le mani vuote ed il tettuccio del mio aereo aperto, come ad invitarmi a lasciare questo mondo per ritirarmi nelle mie memorie. E così farò.
Ricorderò quei tempi impavidi e gloriosi, e magari scriverò un libro. Scriverò della chiamata alle armi, di Sir Henry McMahon e del suo piano per sconfiggere i Turchi, dare prestigio alla Corona e liberare gli oppressi della Mecca. Racconterò delle promesse che Francia e Inghilterra fecero allo sceriffo al-Husayn ibn ‘Ali, uomo di spirito e cultura, profondo conoscitore della terra e degli astri, anima e cuore di un popolo che cercava riscossa ed ha trovato l’ennesimo padrone. Era tutto un inganno, un’avida menzogna. Il risorgimento arabo pesa sul mio stomaco come un macigno, e solo il tempo potrà liberarmi dal giogo di esser stato complice di tale malefatta. Quando i vertici inglesi e francesi promisero ad Husayn la riunificazione delle tribù arabe sotto la guida di un vero discendente di Muhammad, i canti dei beduini si sparsero dalla Mecca a Damasco, fino a Casablanca. Il sogno di una grande terra islamica, libera di rispettare le proprie tradizioni e di rendere omaggio ai propri avi, era alle porte della Medina, pronto a farsi afferrare. Che stolto che sono stato. Io, conoscitore profondo dell’età omayyade e della diplomazia europea, avrei dovuto prevedere che in realtà le nostre potenze stavano solo progettando di sostituire i Giovani Turchi nel loro ruolo sanguinario di dominatori di popoli, e che non ci sarebbe mai stato nessun grande stato islamico. D’altronde la storia si fa con la spada e con l’inganno, ora lo so. Ah che ricordi, alla volta di Beirut, spinti verso il sole nascente della giustizia. Cavalcavo con ‘Abd Allah e Faysal, figli dello Sceriffo, e i loro guerrieri beduini. Grandi combattenti, con loro ho condiviso la tavola e il fuoco. Abbiamo cantato alla notte e gli ho ascoltati raccontare delle loro bellissime mogli, che li aspettavano sorridenti nei giardini di ginepro. Con loro ho guardato le stelle di una notte delle mille, nel cielo infinito della Mesopotamia senza tempo. Per anni abbiamo vissuto a stretto contatto tra di noi, nel deserto nudo, sotto un cielo indifferente. Mi hanno chiamato fratello. Ed ora che dopo sangue e fiamme abbiamo riportato abbracci alle nostre amanti, il sole è tramontato ad ovest, la scure occidentale è caduta sulle terre d’oriente, e non è rimasto più nulla. I ministri Sykes e Picot ci hanno traditi, hanno trasformato le terre di Siria e Libano in province francesi, e il regno dei grandi fiumi in un possedimento inglese. Come dicevo, l’aquila ha ucciso il serpente turco, e chi prima era schiavo, lo è ancora. Ed io che rassicuravo i miei fratelli d’Arabia che il buon senso avrebbe consigliato le grandi potenze nella direzione di una giusta risoluzione per le loro rivendicazioni, sono affranto nel costato. Ora la presa di Gerusalemme e la battaglia di Beersheba sono solo leggenda, e lì rimarranno, tra le pagine di quella storia che rende giustizia al potere ma non alla virtù. Le grandi imprese delle tribù Banu Tayy se ne andranno nel vento come trascinate dalla polvere.
Padre, ho provato a far sentire la mia voce, a chiedere al Ministro e al Re il perché di tanta irriconoscenza verso chi ci ha aiutato a sconfiggere il mostro ottomano. I popoli arabi non sono in grado di amministrarsi da soli, mi sono sentito rispondere, la politica europea li guiderà verso un futuro florido e glorioso. Nel frattempo, dopo la conferenza per la pace di due anni fa, mi sono dimesso da Consigliere politico degli Affari Arabi, ho rifiutato la carica di vice Re delle Indie, e non sono riuscito ad accettare la Croce di Vittoria dalle mani di Sua Maestà Giorgio V, per paura di non riuscire più a vedere un uomo nello specchio. Da qui il motivo della mia missiva: se ti ho arrecato disonore davanti alla Corona, Padre, me ne dispiaccio dal profondo del cuore. Se ho portato il nostro nome nel fango, sappi che non l’ho fatto di proposito. Sarebbe stato facile portare la Croce al petto e vivere circondato da un’imponente servitù in una reggia di Mumbai. Ma non sarei stato più io. Mi hanno chiesto di servire il mio popolo nella guerra contro il nemico turco, di allearmi con le genti arabe per spingerli a morire per la causa. E una volta che il mestiere era compiuto, sono stato abbandonato insieme a quegli stessi arabi che nel frattempo sono diventati miei fratelli.
Tra cent’anni, se Dio lo vorrà, questi popoli saranno liberi di amministrarsi da soli, ed io non ci sarò. Ma mi piacerebbe rimanere nella memoria di queste persone come un caro amico, una mano ed un pugnale al servizio della loro libertà. Mi piacerebbe che anche tra cent’anni, tra le dune del deserto, si ricordasse il mio nome, il nome del Colonnello Thomas Edward Lawrence, meglio noto ai londinesi come Lawrence d’Arabia.
Ti mando il più sincero saluto, nella speranza che i nostri calici si rincontrino presto.”

 

Colonnello Thomas Edward Lawrence, Clouds Hill, Dorset, 1921

 

(La lettera è di fantasia. I riferimenti alle persone e ai luoghi non sono casuali. La ricostruzione storica si basa su fatti realmente accaduti e documentati.)

 

 

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Mattia Rigodanza | Privacy