La primavera di un uomo

Chiudo gli occhi e vado a ritroso nel tempo. Vedo mio padre col suo vestito delle grandi occasioni, lo vedo seduto trionfante a capotavola, raggiante di buoni propositi e grandi progetti per il futuro. Quel giorno si sposava mia sorella. Baba non era solo contento che avesse accettato la sua proposta di prendere come marito un giovane in gamba e ambizioso, figlio del proprietario di un’azienda tessile con cui lui lavorava da tempo, ma era anche fiero di aver cresciuto una figlia devota ma non succube, rispettosa ma consapevole, grata e intelligente e bellissima come i fiori del nostro grande terrazzo che sovrastava i tetti di Kabul. Era quel periodo dell’anno in cui l’odore dei ginepri si lasciava trasportare dalle brezze monsoniche e Bibi Mahro, dove gli antichi Re trascorrevano le loro calde e lunghe estati, diventava un danzare di chiacchiere e risate, di feste e celebrazioni, di sguardi ammiccanti, tavole imbandite, magiche storie e leggende da raccontare ai bambini. Baba era un uomo molto rispettato. Era autorevole ma con garbo, risoluto ma con dolcezza, impegnato ma dedito alla cura della sua famiglia. La sua attività era una delle più prospere di Kabul e le più alte cariche della città non perdevano occasione per partecipare ai banchetti che organizzava a casa nostra per il Navrus e durante tutte le celebrazioni dei Giorni Nuovi, oppure facevano a gara per sedersi accanto a lui nelle prime fila della Shah Do Shamshera, cosí da strappargli un consulto tra una preghiera e l’altra.

Chiudo gli occhi e vado a ritroso nel tempo. È il 1995, le risate di mio padre si espandevano dal nostro terrazzo in tutto il quartiere. Ricordo il profumo fragrante dei cereali tostati e l’odore intenso dalla capra che arrostisce sul fuoco. Ricordo Baba, mio padre, stringere con forza un sigaro tra le dita. Lo ricordo, agghindato a festa col vestito del Milad-an-Nabi e la sua cravatta rossa preferita, sentenziare sulla politica e l’economia, attorniato da bocche spalancate che pendevano dalla sua. Ricordo che, finito di discorrere, si alzò e mi venne incontro, mi poggiò la sua mano di padre sulla guancia.

-Ricordati figlio, la dignità di un uomo è data da quanto è disposto a lottare per la dignità altrui.

Chiudo gli occhi e scappo di corsa avanti col tempo, nel nuovo millennio. Vedo mio padre col suo vestito delle grandi occasioni, ormai logoro e consumato dal tempo. Lo vedo invecchiato e impoverito nei muscoli, mentre si trascina per le strade di una città lontana, moderna e luccicante, una città troppo grande perchè ci si senti a casa. È novembre, le notti europee si sono fatte rigide e silenziose, le strade sono fredde e bagnate di indifferenza e di distanze incolmabili. Baba cammina in un quartiere alla moda, ascoltando i bivacchi e le urla concitate dei giovani che dentro pub e locali tracannano birra guardando una partita di calcio. Tra le mani stringe un mazzo di rose scure, troppo sfiorite per suscitare l’attenzione di qualcuno. Baba cammina sfregando i piedi sull’asfalto, triste negli occhi, stanco nel cuore. C’è un gruppo di ragazzi che fuma sull’uscio di un bar affollato. Il vecchio si avvicina e con un timido gesto cerca di offrire una rosa in cambio di qualche moneta. Nessuna risposta, solo un gelido sguardo a quell’esile uomo che è povero e, probabilmente, è nato povero, senza avere mai avuto la fortuna di vivere una vita dignitosa.

Chiudo gli occhi e corro avanti nel tempo. È il 2019, nel quartiere Isola di Milano le persone si preparano al Natale. Per le strade il profumo dei panettoni non riesce a far breccia tra lo smog e la nebbia. La gente corre, si sfiora le spalle coi cappotti, si incrocia senza darsi la mano. Baba si avvicina alle coppie che incontra per strada, nessun proferire parola, nessun alzare gli occhi, solo un gesto spontaneo, pieno di ancestrale rispetto e profonda dignità: un tendere la mano che tiene una rosa. Le persone rispondono come si risponde a una zanzara o a un moscerino, agitando le dita di fianco alla testa, facendo cenno di non voler essere disturbate. E allora lui sta lí, guardando i volti noncuranti di queste persone, e ripensando a quando era sua la bocca da ascoltare. La primavera quest’anno non arriverà a casa sua, sulle colline del nord di Kabul. Lui che è stato testimone della guerra contro i mujaheddin, ha dovuto arrendersi di fronte alle bombe americane che hanno devastato la sua azienda, raso al suolo i suoi splendidi terrazzi fioriti, ucciso le sue figlie. Cosí dovette chiudere un lucchetto e lasciare quella casa che fu di suo padre e di suo nonno prima di lui, per affrontare la crudeltà di quel mondo che aveva assistito impassibile al dramma del suo popolo. Ed è per questa stilettata che l’umanità gli ha inferto nel petto che la prossima primavera non ci saranno banchetti, le ghirlande di pino non adorneranno le porte e il granturco non verrà setacciato nei campi. Sono lontani i tempi in cui mio padre offriva la cena a tutto il quartiere, ogni giorno, durante il Ramadan, in cui andava compiaciuto a parlare con gli insegnanti dei suoi figli, in cui si congratulava con i tuoi dipendenti per gli ottimi risultati ottenuti. Sono lontane quelle sere d’estate in cui ballava con la sua giovane moglie tra i gelsomini in fiore. Allora il mondo lo rispettava come marito, come padre, come lavoratore, come uomo. Ora il mondo sembra aver ritratto quella mano che gli aveva sempre teso. Ma lui vivrà, ancora, vestito come ha sempre fatto, con la sua cravatta rossa preferita, barcollando per le strade di una città che non lo vuole e che prova in tutti i modi a portargli via l’unica cosa che gli è rimasta.

-Vieni via papà, andiamo a casa, ovunque essa sia. Per oggi il mondo è stato fin troppo crudele con te. Andiamo a casa e leviamoci questo vecchio vestito, mettiamo la cravatta in ammollo nel lavandino e vedrai che domani sarà ancora rossa come un tempo. Vedrai, papà, la primavera tornerà. 

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Mattia Rigodanza | Privacy