In uno sguardo

Tu, uomo, hai negli occhi le fiamme del centro della Terra mentre scorri tra la gente, perso nello sguardo, duro nella scorza, invincibile nel cuore. Tu, che non hai più paura di alzarti la mattina per combattere la vita, hai i bicipiti di chi ha saputo rialzarsi, e la stima di me che sono solo un piccolo punto sulla tela del tuo viaggio terreno. Mi passi a fianco nella folla, in corso Vittorio Emanuele, invisibile allo sguardo della città ma non al mio, e cammini claudicante, sofferente nei tratti del viso, squagliato sulla pelle delle guance e fermo sulle tue gambe forti come i principi della tua dimensione. Tu, uomo di un altro pianeta ma del mio stesso tempo, dovresti fermarmi in un istante, fissarmi nelle pupille e afferrarmi lo stomaco, per dirmi che a me, in fondo, è già andato tutto bene e che non devo aver paura del futuro. Tu che hai giocato a scacchi con la morte, che sono più di vent’anni che sguaini la tua spada ogni volta che entri in farmacia, o in ospedale, con gli zigomi spenti, i pugni chiusi e una croce sulle spalle che pesa come una famiglia, ecco, tu dovresti darmi una lezione di karate, e insegnarmi a controllare i timori, le angosce, gli incubi. Passi piano tra le truppe di persone, ostili perchè non sanno condividere la vera sofferenza, e col tuo passo mi insegni a non mollare, a perseverare, a disinnescare l’ansia delle cose futili. Vedo che hai le mani di un vecchio manovale, e le braccia di un esperto marinaio, ma non hai mai visto cantiere nè scialuppa, solo la nebbia delle cliniche più costose della Lombardia e le fiamme dell’inferno che ora porti nei tuoi occhi. Ci deve pur essere un posto, al di là del recinto, simile a un giardino, per i vecchi cavalieri erranti come te, in cui possano riposare prima o poi, e disperdere il respiro nel cielo, sdraiati sull’erba, dopo anni di asfalto ruvido e irregolare, su cui non hanno mai potuto adagiarsi nemmeno per un attimo. Io sono come un bimbo e tu il protagonista delle storie che leggo la sera prima di addormentarmi: sei il mio Jedi preferito, la creatura mitologica che vorrei al mio fianco se fossi un eroe greco. E il modo in cui non posso capire il tuo silenzioso ardere di rabbia e di dolore mi fa sentire nudo e inerme, piccolo e disarmato, stupido e incapace, arrogante e senza palle, e invidio la potenza del tuo vivere. Tu, invece, che ora mi superi sulla strada, e mi lasci fisso e attonito sui miei piedi tremolanti a guardarti andare via come un treno, stanco, ma con gli occhi all’orizzonte, dimmi che andrà tutto bene, e che anche adesso, nella folla in piazza Duomo, non sono solo. Perchè a te si che crederei, soltanto a te, che mi sfiori e non mi guardi, passando lento, spingendo, con l’audacia che io non ho, la pesante carrozzina su cui siede il tuo bambino di trent’anni, paralizzato, pallido e fragile come un granello di sabbia, che guarda il cielo tra gli spasmi tetraplegici di un uomo che non avrebbe mai vissuto, se il suo papà non gli avesse regalato la vita per poi tendergli la mano, dirgli che c’è il sole e  vivere con lui questa tempesta, fino alla fine. Toccami la spalla, fammi respirare un po’ di quell’amore straziante che nonostante tutto ha guidato il tuo passaggio in questa vita e insegnami a farlo sempre, anche quando attraverserò le intemperie nella notte. E poi guardami, anche con compassione, non mi offenderei e anzi non saprei cosa rispondere se non “grazie di tutto quello che mi hai insegnato in un secondo, in uno sguardo“.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Mattia Rigodanza | Privacy