Mi sembrava giusto ricordarlo oggi a coloro che non sanno (o non vogliono sapere) che le persone che scappano dal medio-oriente scappano proprio da quello che è successo oggi a Bruxelles, con la sola insignificante differenza che lì, a casa loro, le bombe scoppiano ogni mezz’ora, bomba su bomba, notte dopo notte. Noi che ci vantiamo di aver superato un certo tipo di conflitti da secoli, poi ci tiriamo indietro quando si tratta di insegnare agli altri che questi momenti si affrontano con unità e compassione. Ho visto studenti di Bruxelles pubblicare poche ore fa frasi come “refugees are welcomed anyway”, punto. Credo ci sia veramente poco da aggiungere. L’amore di chi accoglie è l’unica arma, poichè l’amore vince. Sempre.

il tendone della discordia

Premetto: sono e sarò sempre per il non-utilizzo di qualunque tipo di animale nei circhi e in qualunque altra forma di spettacolo. Vedendo però con quanta tenacia, i sostenitori degli ambienti circensi si battano perché gli animali continuino a far parte di questo mondo, ho deciso di sentire come suona la “campana” che gli animalisti di solito si rifiutano categoricamente di ascoltare.

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Un mese fa veniva a mancare un uomo che in pochissimi conoscono, un uomo che ha dedicato la sua vita ad aiutare gli altri. Un uomo cristiano nato e vissuto in terre musulmane, dove è diventato un punto di riferimento per chi combatte l’odio con l’amore e un simbolo di unità e di fratellanza. Ho avuto il privilegio di conoscerlo quando ero molto piccolo e l’onore di intervistarlo nel Maggio del 2015.

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tra le nuvole e i sassi

Da più di cinque anni ormai, i sogni degli Abruzzesi passano tra le macerie di una terra distrutta. Passano per stretti vicoli ostruiti da massi e detriti, e tra gli archi crepati dei rioni di paese.

Paganica, L’Aquila, Autunno 2014, cinque anni dopo il terremoto.

paganica1Quest’anno non si festeggia l’inizio della trebbiatura. Quest’anno non si terrà la consueta gara podistica tra i rioni della città. La mattina non si sente più il profumo dei bomboloni caldi alla crema in piazza, e la sera non si avverte la fragranza della pizza appena sfornata tra le vie del colle. La fontana di Fontevecchia è asciutta, i portoni del castello sono sbarrati. La vita riprende lentamente; i tavolini dei bar escono timidi ad occupare i marciapiedi.

La comunità si è spostata più a valle, circondando i prati attorno al Campo Santo con agglomerati di case nuove, costruite in fretta, riparo per alcuni momentaneo, per altri definitivo.
La città vecchia dà come l’impressione di essere stata quasi completamente accantonata, fatta scivolare nell’oblio, abbandonata ad antichi ricordi di secolari tradizioni, di calde risate e anche di vuote chiacchiere di paese. L’aria che si respira è densa e malinconica come un assolo di chitarra di Eric Clapton.paganica3

La mattina porta con sé una foschia impercettibile alla vista, ma pungente sulla pelle. La brezza gelida del Gran Sasso invade le strade. M’incammino sulla salita che mi porta nel cuore della città vecchia. Dove una volta i mastri svolgevano i loro mestieri e le biciclette sfrecciavano sul ciottolato, ora macerie grosse come uomini compongono lo scenario. La sensazione è che si sia dovuto lasciare le proprie case in fretta, senza aver avuto il tempo di sistemare le sedie nelle verande o di raccogliere i panni stesi al sole. Le sterpaglie agguantano le porte delle case come a volerci entrare dentro. Un pupazzo per bambini giace disteso sotto una veranda: qualcuno di molto giovane non ha potuto tenersi stretto neppure quello.

paganica4Non c’è nessuno, eppure mi sembra che non ci sia un silenzio assoluto. Sembra di avvertire i lamenti delle mura, dei vicoli impraticabili, delle case stuprate dal terremoto. Le damigiane della cantina del Vico del Postino giacciono ammassate in mezzo al passaggio coperte da tre dita di polvere, e l’Arco dei Gigli si tiene su a stento, come stesse usando le sue ultime forze per resistere. Mi faccio strada, scivolo tra le recinzioni in plastica arancioni che ormai hanno inondato la città. “06-04-’09 terremoto di merda, fanculo!”, è quello che leggo su una porta sbarra
ta alla bell’e meglio, ed è quello che resta di una fuga disperata.

Arrivo alla piazza principale di Paganica. Lo scenario apocalittico è lo stesso che ho trovato nel resto del paese, ma qualcosa attira il mio sguardo: sul portone del Comune qualcuno ha preso la briga di appenderci un mazzo di fiori rossi, rossi come il sangue, ma anche rossi come la passione di un popolo che non è stato sconfitto del tutto e che ha guardato infaccia al terremoto senza piegarsi.paganica2

Gli Abruzzesi non lasceranno che la loro terra si porti via la loro storia e sanno bene che ricostruendo Paganica avranno ricostruito un pezzo di cuore d’Italia. La gente d’Abruzzo vive ancora lì, tra le nuvole e i sassi, e come suona una canzone famosa:“tra le nuvole e i sassi passano i sogni di tutti”.

 

Mattia Rigodanza 

 

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