La primavera di un uomo

Chiudo gli occhi e vado a ritroso nel tempo. Vedo mio padre col suo vestito delle grandi occasioni, lo vedo seduto trionfante a capotavola, raggiante di buoni propositi e grandi progetti per il futuro. Quel giorno si sposava mia sorella. Baba non era solo contento che avesse accettato la sua proposta di prendere come marito un giovane in gamba e ambizioso, figlio del proprietario di un’azienda tessile con cui lui lavorava da tempo, ma era anche fiero di aver cresciuto una figlia devota ma non succube, rispettosa ma consapevole, grata e intelligente e bellissima come i fiori del nostro grande terrazzo che sovrastava i tetti di Kabul.

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Signor Tenente

E’ finita, signor Tenente, questa volta è finita davvero.

Mentre le scrivo sono con Delle Piane e il sergente Magenta su un treno merci verso Gorizia, dove non ci attende altro che la vendetta, la rabbia, probabilmente la morte, ancora.

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“Caro Padre, ora posso dirlo con assoluta certezza: è tutto finito.
I giorni delle cavalcate coraggiose nella sabbia sono giunte al termine, spazzate via dal vento arido e freddo, il vento cinico del denaro e del potere illimitato che ha assuefatto l’Europa in modo irrimediabile. Sentirai parlare di me nel più becero dei modi. Ti diranno cose orribili sul mio conto, ti racconteranno di masochismo e sodomia, quando l’unico ad essere stato vittima di pratiche così mostruose sono stato proprio io, tuo figlio, nella fredda prigione di Deraa durante gli anni delle armi. Spero che queste parole infamanti non scalfiscano il tuo orgoglio, e che tu riesca ancora a pensare a me come ad un figlio valoroso, rispettoso del padre, devoto alle sue origini. Agli occhi miei è particolarmente evidente come quest’opera di diffamazione sia dovuta alle mie recenti posizioni di favore nei confronti dei popoli che negli anni ho imparato a conoscere, che mi hanno accolto a Karkemish quando ero solo un giovane archeologo di Oxford, troppo inglese per asciugarmi nella sabbia, ma non abbastanza da non farmi coinvolgere nei colori e nei profumi di quelle terre sconfinate. La vita mi ha deluso, caro Padre, mi ha lasciato con le mani vuote ed il tettuccio del mio aereo aperto, come ad invitarmi a lasciare questo mondo per ritirarmi nelle mie memorie. E così farò.

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In uno sguardo

Tu, uomo, hai negli occhi le fiamme del centro della Terra mentre scorri tra la gente, perso nello sguardo, duro nella scorza, invincibile nel cuore. Tu, che non hai più paura di alzarti la mattina per combattere la vita, hai i bicipiti di chi ha saputo rialzarsi, e la stima di me che sono solo un piccolo punto sulla tela del tuo viaggio terreno.

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Come ti vuole il mondo.

Qualche tempo fa ho partecipato a un colloquio di lavoro, uno di quei colloqui multilivello dove si assiste inermi alla più feroce e meno meritocratica delle scremature. Ho passato con successo e senza troppo impegno questo colloquio, successo che sarei ipocrita a definire inaspettato perché sono una persona che in questo genere di situazioni fa tendenzialmente una buona impressione.

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Nunca màs

Figlia mia, sogno della mia vita, non chiedermi di lasciarti andare. Sono passati tanti anni da quell’ultima fredda telefonata, ma ricordo ancora come se fosse ieri gli occhi di tuo padre che si staccano dal pavimento per posarsi sul mio volto impaurito. “Tornerà, mi ha detto che tornerà”, e invece la porta di casa nostra non si è più aperta. In quei giorni i pensieri andavano avanti e indietro, dentro e fuori dall’atmosfera, in un turbinìo di immagini agghiaccianti e grida senza pace. Immaginavo voi, ragazzi, splendidi militanti cocenti di una rabbia sana e giusta, accovacciati contro un muro della Scuola di Meccanica dell’Armata, braccati dai soldati di Videla e torturati, e torturati ancora. Era un luglio tremendo, di un caldo velenoso e grondante di sangue, ma tu ci avevi detto che tornavi e noi, noi niente, noi ci siamo stretti ad aspettarti.

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Devo chiederti scusa.

Ora che stenti a riconoscermi, che non mi chiami più il sabato per sapere se passo a trovarti, a portarti una pizza, ad aiutarti a fare tutte quelle piccole imprese che la sedia a rotelle ti impedisce di realizzare, sento di doverti delle scuse. Scusami per la mia arroganza verso i pericoli della vita, per la mia mancanza di saggezza nell’affrontare le battaglie del mondo. Pur vedendo in te i segni di quanto può essere rischioso giocare con il fuoco, ho continuato ad avvicinare la mia mano al bracere, al pericolo, maleducato nei confronti della fiamma e dell’universo.

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Una notte tranquilla.

Cammino dove ho già camminato un milione di volte, lungo la strada che taglia in due il parco dove ho guidato il mio primo motorino, dove ho fumato la prima sigaretta e dato il primo bacio. Nelle cuffie suona una morbida chitarra folk. È mezzanotte, ma il cielo è rossastro lungo la linea degli alberi. Non ci sono stelle, non c’è luna che possa lenire la mia nostalgia, solo odore d’erba e di campi bagnati dall’aria di primavera. Passo affianco a dove giocavo a calcio da bambino insieme ai miei fratelli.

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Se mai diventassi Presidente

“Per favore mamma, non essere arrabbiata con me. Son dovuto partire nella notte, e non ti ho salutato per paura di come tu avresti potuto provare a dissuadermi dal farlo. Ma io non ce la faccio a vivere così, a Kallstadt, tra le rovine umane di una regione impoverita dalle guerre, tra le vigne spoglie che ci ricordano un passato che non c’è più.

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Storie fantastiche e musiche infinite.

Parlavo con un conoscente di origini pugliesi convinto che l’immigrazione sia una piaga sociale, e mi sono chiesto: “Chi è il migrante del ventunesimo secolo?”. Una persona che cambia terra, che cambia casa, che si spinge attraverso linee immaginarie per motivi sociali, politici, economici. Così è nel 2016, così era negli anni ’60, quando intere popolazioni si spostavano dal sud al nord Italia perseguitate da denigrazioni e stereotipi di ogni tipo;

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Mattia Rigodanza | Privacy